Il food & grocery online italiano vale 5,1 miliardi di euro nel 2026, in crescita del 5% secondo l’Osservatorio eCommerce B2c del Politecnico di Milano, ed è uno dei due comparti che trainano l’intero mercato. È anche il verticale con la barriera d’ingresso normativa più alta: chi vende cibo online non apre semplicemente un ecommerce, avvia un’attività alimentare a tutti gli effetti, con gli stessi obblighi sanitari di un negozio fisico più le regole della vendita a distanza.
I requisiti per partire: SCIA, notifica sanitaria e formazione
Il percorso amministrativo si gioca su tre livelli. Il primo è commerciale: la vendita online rientra nel commercio elettronico disciplinato dal decreto legislativo 59/2010, che per il settore alimentare richiede anche i requisiti professionali dell’articolo 71: aver superato il corso SAB per il commercio alimentare, oppure due anni di esperienza documentata nel settore negli ultimi cinque, oppure un titolo di studio attinente. Il secondo è sanitario: prima di iniziare serve la SCIA con notifica sanitaria presentata al SUAP del Comune, che registra i locali di deposito e preparazione presso la ASL competente ai sensi del regolamento europeo 852/2004. Vale anche per chi non produce nulla e si limita a stoccare e rivendere: il magazzino di un ecommerce alimentare è un locale soggetto a registrazione. Il terzo livello è la formazione HACCP dell’operatore e degli addetti, con l’obbligo di un piano di autocontrollo scritto e mantenuto aggiornato.
Sulle informazioni al cliente la vendita a distanza aggiunge un obbligo che molti trascurano: il regolamento UE 1169/2011 impone che le informazioni obbligatorie dell’etichetta, denominazione, elenco ingredienti, allergeni, quantità netta, condizioni di conservazione, origine dove prevista, siano disponibili sulla scheda prodotto prima dell’acquisto, non solo sulla confezione che arriva a casa. Un catalogo food a norma è un catalogo dove ogni scheda replica l’etichetta. Sul recesso, il Codice del Consumo esclude i prodotti deperibili dal diritto di ripensamento dei 14 giorni: va scritto chiaramente nelle condizioni di vendita, come spiega la guida ai documenti obbligatori di un ecommerce.
La logistica è il vero modello di business
Nel food la logistica non è un costo accessorio, è il perimetro di ciò che si può vendere. La distinzione decisiva è tra secco e fresco: vini, conserve, pasta, olio viaggiano con i corrieri ordinari e imballi robusti, e infatti l’enogastronomia da spedizione è il segmento storico dell’ecommerce alimentare italiano. Il fresco e il surgelato richiedono invece catena del freddo: imballi isotermici con ghiaccio secco o gel refrigeranti, corrieri con servizi a temperatura controllata, consegne in 24 ore e finestre orarie strette. Ogni anello aggiunge costo: tra imballo tecnico e trasporto dedicato, spedire fresco costa in genere il doppio o il triplo di una spedizione ordinaria, e sotto un certo scontrino il conto non torna. È la ragione per cui i player del fresco lavorano su minimi d’ordine e su zone di consegna delimitate.
I numeri di mercato confermano la segmentazione: dentro i 5,1 miliardi del food & grocery online, il food delivery pesa per il 47%, la spesa alimentare da supermercato per il 35% e l’enogastronomia per il 20%, con dinamiche di crescita diverse. Chi parte oggi deve scegliere presto il proprio campo: il secco a spedizione nazionale, scalabile ma affollato, o il fresco locale, difficile ma difendibile. I modelli dei principali operatori italiani si leggono nelle schede di Cortilia, Tannico ed Eataly, tre risposte diverse allo stesso problema logistico.
I canali: sito proprio, marketplace e quick commerce
Il sito proprio resta il canale con i margini migliori e l’unico dove si costruiscono abbonamenti e riacquisto, ma nel food il traffico costa e la fiducia si conquista lentamente. I marketplace alimentari e le sezioni food dei generalisti, Amazon in testa, danno accesso immediato alla domanda: funzionano bene per il secco confezionato con marchi riconoscibili, meno per il fresco, e le commissioni vanno confrontate con margini che nel food sono strutturalmente più sottili che in altri verticali, come mostra il confronto tra costi e commissioni dei marketplace. Il quick commerce e le piattaforme di delivery coprono infine la domanda locale immediata, con logiche più vicine alla ristorazione che al retail.
La scelta più solida per un produttore o un rivenditore specializzato è quasi sempre ibrida: marketplace per farsi trovare, sito proprio per fidelizzare, con il catalogo secco come base e l’eventuale fresco limitato alle zone dove la logistica regge. Chi parte da zero trova il percorso societario e fiscale completo nella guida ad aprire un ecommerce in Italia.
Domande frequenti
Serve la partita IVA per vendere alimenti online?
Sì, la vendita di alimenti online è un’attività commerciale che richiede partita IVA, iscrizione al Registro delle imprese, SCIA al SUAP del Comune con notifica sanitaria alla ASL e requisiti professionali per il commercio alimentare. Non esiste una soglia di tolleranza per il food: anche piccole produzioni casalinghe vendute con continuità richiedono registrazione sanitaria dei locali.
Cosa deve contenere la scheda prodotto di un alimento venduto online?
Le stesse informazioni obbligatorie dell’etichetta, disponibili prima dell’acquisto: denominazione dell’alimento, elenco degli ingredienti con gli allergeni evidenziati, quantità netta, condizioni di conservazione, nome dell’operatore responsabile e origine dove prevista. Lo impone il regolamento UE 1169/2011 sulla vendita a distanza: la confezione a norma che arriva a casa non basta.
Quanto costa spedire prodotti freschi?
Tra imballo isotermico, refrigeranti e corriere espresso o a temperatura controllata, una spedizione di fresco costa in genere il doppio o il triplo di una ordinaria, con consegna necessaria in 24 ore. È il motivo per cui gli operatori del fresco impongono minimi d’ordine e limitano le zone servite, mentre il secco enogastronomico si spedisce con corrieri ordinari a costi standard.
Si può vendere vino online senza licenza particolare?
Il vino confezionato si vende online con i requisiti ordinari del commercio alimentare, ma comporta adempimenti aggiuntivi su accise e documenti di accompagnamento, in particolare verso l’estero, dove ogni Paese applica le proprie accise anche in regime OSS. Il tema, con le regole di etichettatura specifiche del settore vitivinicolo, merita un approfondimento dedicato prima di partire.