Aprire la partita IVA per un ecommerce: cosa sapere

Aprire la partita IVA per un ecommerce: scelta del codice ATECO, regime fiscale, costi di gestione e adempimenti previdenziali. Guida pratica.

Redazione ecommerceit
Maggio 19, 2026 · 6 min
Aprire la partita IVA per un ecommerce: cosa sapere

La partita IVA è il primo adempimento formale per chi vende online in Italia. La scelta delle variabili che la accompagnano — codice ATECO, regime fiscale, gestione previdenziale — ha effetti pluriennali sul carico fiscale, sui contributi e sulla complessità amministrativa. Sbagliare il regime al momento dell’apertura significa quasi sempre pagare di più del necessario, o ritrovarsi obblighi che il modello di business non giustifica. Vale la pena prendersi il tempo di capire le scelte prima di aprire, anche perché modificarle dopo richiede formalità e tempi.

Quando aprire la partita IVA: il discrimine “abitualità”

In Italia chi vende online deve aprire la partita IVA quando svolge l’attività in modo abituale e continuativo. L’Agenzia delle Entrate considera abituale un’attività protratta oltre 30 giorni complessivi nell’anno, indipendentemente dal livello di fatturato. Il criterio non è quantitativo ma qualitativo: la ripetizione delle vendite, la struttura organizzata (sito, account fornitore, gestionale), la promozione attiva del prodotto sono indici di abitualità.

Lo spazio della vendita occasionale esiste ma è davvero ristretto: poche vendite isolate, non promosse attivamente, senza struttura. Pensare di “non aprire la partita IVA finché non vendo abbastanza” è una strategia che funziona pochi mesi e poi espone a contestazioni dell’Agenzia delle Entrate.

Aprire la partita IVA in ritardo, su una posizione che sarebbe dovuta essere già attiva, comporta sanzioni proporzionali al periodo di tardività e all’IVA non versata. Il timing operativo: apertura nei giorni prima della pubblicazione del sito, in modo da avere tutto pronto al primo ordine.

L’inquadramento generale degli aspetti fiscali è raccolto nel pillar dedicato a fiscalità dell’ecommerce.

Codice ATECO: la scelta che condiziona ogni cosa

Il codice ATECO identifica l’attività ai fini fiscali, previdenziali e statistici. Per un ecommerce italiano il codice principale è il 47.91 (Commercio al dettaglio per corrispondenza, telefono, radio, televisione, e internet), che si articola in sotto-codici per specifiche categorie merceologiche (47.91.10 generico, sotto-codici per categorie specifiche).

Per chi vende prodotti propri di sua produzione, il codice ATECO può essere diverso e riflettere l’attività di produzione, con il dettaglio della vendita online come secondaria.

Per chi vende servizi digitali (corsi online, software, contenuti) il codice cambia ancora: codici della famiglia 63.1x o altri, in funzione del servizio specifico.

Per chi opera in dropshipping o intermediazione, possono applicarsi codici diversi che riflettano la natura di intermediazione anziché vendita diretta.

La scelta del codice ATECO ha tre effetti pratici. Il primo è il coefficiente di redditività per chi è in regime forfettario: per il 47.91 il coefficiente è del 40%, per altri codici può variare. Il secondo è la gestione previdenziale: alcune attività vengono iscritte alla Gestione Commercianti, altre alla Gestione Separata INPS, con aliquote e contributi minimi diversi. Il terzo è la disciplina applicabile per autorizzazioni e adempimenti specifici (es. licenze per alcuni settori, requisiti di onorabilità).

La buona prassi è scegliere il codice insieme a un commercialista esperto, non da soli. Un errore sulla categoria può portare a contributi previdenziali sbagliati per anni.

Regime fiscale: forfettario o ordinario

La scelta del regime fiscale è la decisione di maggiore peso economico. Due opzioni principali.

Il regime forfettario ha caratteristiche favorevoli: aliquota sostitutiva del 15% (5% per i primi 5 anni nei casi di nuova attività che rispetta i requisiti), niente gestione IVA in fattura per le vendite italiane, contabilità semplificata, niente liquidazioni periodiche. Si può accedere fino a 85.000 euro di ricavi annui (limite 2026). Il reddito imponibile non è quello reale: è il fatturato moltiplicato per il coefficiente di redditività (40% per il codice 47.91). Esempio: 50.000 euro di fatturato in forfettario → reddito imponibile teorico di 20.000 euro → imposta al 15% = 3.000 euro.

I limiti del forfettario: non si può dedurre il costo reale (l’unico costo riconosciuto è quello forfettizzato dal coefficiente), non si scarica l’IVA sugli acquisti, ci sono cause di esclusione (rapporti di lavoro dipendente concomitanti, partecipazioni in società, redditi da lavoro dipendente sopra 30.000 euro). Se il reale costo dell’attività è significativamente superiore al complemento del coefficiente (cioè se i costi superano il 60% del fatturato per il codice 47.91), il regime ordinario può essere più conveniente.

Il regime ordinario applica l’IRPEF a scaglioni (dal 23% al 43%), prevede gestione completa dell’IVA con liquidazioni periodiche, richiede contabilità semplificata o ordinaria. Il reddito imponibile è quello reale: ricavi meno costi documentati. È più complesso e ha costi di gestione maggiori (commercialista, gestionale), ma per chi ha margini compressi o investimenti significativi può tradursi in un carico fiscale inferiore.

La scelta va fatta su uno scenario a 12-24 mesi, considerando il fatturato atteso, i margini reali, i contributi previdenziali, il costo di gestione. Non è una decisione “una volta sola”: si può uscire dal forfettario in corso d’anno se si superano i limiti, e si può rientrare l’anno successivo se si torna in soglia (con regole specifiche).

Previdenza, costi e timing

Sul fronte previdenziale, chi apre un ecommerce viene tipicamente iscritto alla Gestione Commercianti INPS. I contributi minimi annuali fissi nel 2026 si collocano intorno ai 4.500 euro (importo soggetto a rivalutazione annuale, da verificare sui valori INPS aggiornati), dovuti anche con fatturato basso o nullo. Sopra una soglia di reddito si applicano poi contributi proporzionali.

Per i familiari che collaborano nell’impresa esiste l’opzione di iscrizione come coadiuvanti familiari, con contributi propri.

Il costo di gestione fiscale dipende dal regime: in forfettario, un commercialista chiede tipicamente 600-1.500 euro all’anno; in regime ordinario si va dai 1.500 ai 3.500 euro. Aggiungere un gestionale di fatturazione (Fatture in Cloud, Aruba, Danea) costa 100-400 euro all’anno.

Il timing operativo dell’apertura è importante. La pratica si gestisce tramite Comunicazione Unica, che concentra in un unico flusso telematico le segnalazioni a Registro Imprese, Agenzia delle Entrate, INPS, INAIL e la SCIA al Comune. Tempo medio: 7-15 giorni dall’invio per avere posizione attiva e pronta a operare. Conviene avviare la pratica con anticipo rispetto alla data prevista di pubblicazione del sito.

Per il quadro completo degli aspetti fiscali — IVA, OSS, adempimenti — il riferimento è il pillar su fiscalità dell’ecommerce. Per il funzionamento dell’IVA e del regime OSS nelle vendite anche estere, c’è l’approfondimento dedicato a IVA e regime OSS per le vendite online. Per gli adempimenti operativi di fatturazione e dichiarazione, c’è l’approfondimento su adempimenti fiscali, fatturazione e dichiarazioni.

Domande frequenti

Conviene sempre il regime forfettario per un ecommerce?

No. Il regime forfettario è conveniente quando i costi reali dell’attività sono inferiori al complemento del coefficiente di redditività (per il codice 47.91, i costi reali devono essere inferiori al 60% del fatturato). Quando i costi reali sono alti — molto magazzino, marketing intenso, sviluppo continuo — il regime ordinario può tradursi in un carico fiscale inferiore. Va valutato sui numeri specifici del progetto, non per principio.

Quali sono le cause di esclusione dal regime forfettario?

Le principali: aver percepito nell’anno precedente redditi da lavoro dipendente sopra 30.000 euro (con eccezioni per cessazione del rapporto di lavoro), avere partecipazioni in società di persone o SRL trasparenti, aver superato 85.000 euro di ricavi nell’anno precedente, sostenere spese per personale dipendente o collaboratori sopra 20.000 euro lordi annui. Le esclusioni operano in modo automatico: trovarsi in una di queste condizioni significa uscire dal forfettario.

Quanto serve mediamente per i contributi INPS di un ecommerce?

I contributi minimi della Gestione Commercianti nel 2026 si collocano intorno ai 4.500 euro annui (importo da verificare sui valori INPS aggiornati). Sono dovuti indipendentemente dal fatturato, finché la posizione è aperta. Per redditi sopra una soglia minima (il “minimale contributivo”) si pagano contributi proporzionali. Va considerato una voce di costo fissa nel budget e nel calcolo del punto di pareggio.

Si può aprire una partita IVA per ecommerce mentre si è lavoratori dipendenti?

Sì, ma con limiti. La partita IVA è compatibile con un rapporto di lavoro dipendente, salvo divieti contrattuali specifici (alcuni CCNL o clausole di non concorrenza). Sul regime fiscale, il forfettario è precluso se il reddito da lavoro dipendente dell’anno precedente supera 30.000 euro. È utile informare il datore di lavoro per evitare problemi e verificare il contratto.

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